Il film di Yuval Abraham e Rachel Szor non dovrebbe essere necessario. La Palestina racconta da decenni ciò che sta accadendo. Ma Naza mostra quanto il mondo occidentale sia ancora disposto ad ascoltare soprattutto quando a parlare sono persone che riconosce come proprie.

Naza poteva anche non servire.
Non serviva per sapere cosa accade in Palestina. Non serviva per conoscere la violenza dell’occupazione, la distruzione di Gaza, le vite spezzate, le testimonianze di chi da decenni racconta sulla propria pelle una realtà che il mondo occidentale ha scelto troppe volte di non vedere. Non serviva perché la Palestina parla da sempre. E negli ultimi tre anni ha parlato ancora più forte.
Eppure Naza serve.
Serve perché viviamo in una parte del mondo che troppo spesso considera credibile una realtà soltanto quando viene raccontata attraverso una voce che riconosce come autorevole. Una voce occidentale, israeliana, interna ai meccanismi di potere. Le testimonianze palestinesi esistono, sono numerosissime e vengono prodotte ogni giorno, ma troppo spesso vengono ascoltate con una diffidenza che non viene applicata allo stesso modo alle testimonianze provenienti dall’altra parte.
È questo il primo paradosso che il film mette davanti ai nostri occhi: per una parte dell’Occidente, per ascoltare davvero la Palestina sembra essere ancora necessario che qualcun altro la racconti.
E allora Naza diventa importante proprio per questo.

Il primo merito del film è portare all’attenzione un genocidio che non avrebbe avuto bisogno di essere raccontato da altri per essere riconosciuto. Non perché prima mancassero informazioni, immagini o testimonianze. Al contrario, ne esistono da decenni. Il merito è piuttosto quello di riuscire a entrare in uno spazio dell’opinione pubblica occidentale che spesso rimane impermeabile alla voce palestinese. Il film non scopre Gaza: rende più difficile continuare a fingere di non sapere.
Il secondo merito è mostrare la potenza dell’intelligenza artificiale applicata alla guerra e, soprattutto, il modo in cui questa potenza può trasformarsi in deumanizzazione. Il film racconta un sistema nel quale una quantità enorme di informazioni può essere elaborata rapidamente per individuare obiettivi e organizzare operazioni militari. Ma il punto più inquietante non è soltanto ciò che la tecnologia permette di fare. È ciò che rischia di farci smettere di vedere.
Quando una persona viene trasformata in un dato, una famiglia in una variabile e le persone che moriranno in una stima numerica, la distanza tra chi decide e chi muore diventa enorme. Le cosiddette vittime “collaterali” possono essere incorporate nel calcolo come una conseguenza prevista, una quantità da accettare, un numero dentro un sistema.
È qui che l’intelligenza artificiale mostra tutta la propria potenza e tutta la propria pericolosità: può entrare ovunque, analizzare tutto, accelerare tutto. Ma può anche contribuire a rendere invisibile ciò che dovrebbe essere impossibile da rendere astratto: una vita umana.
Il terzo merito, forse il più importante, riguarda la società israeliana. Naza nasce anche da dentro Israele. Yuval Abraham e Rachel Szor scelgono di interrogare i meccanismi del proprio Paese e di mettere davanti al pubblico una realtà che riguarda direttamente la propria società.
Questo confronto è fondamentale. Una società profondamente condizionata da una determinata visione politica e nazionale non può cambiare soltanto attraverso le critiche che arrivano dall’esterno. Ha bisogno anche di persone al proprio interno che mettano in discussione ciò che viene considerato normale, inevitabile o necessario.
È così che può iniziare una trasformazione: non attraverso la sostituzione di una propaganda con un’altra, ma attraverso la possibilità di ascoltare voci diverse, confrontarsi con ciò che si è scelto di non vedere e mettere in discussione convinzioni considerate intoccabili.

Naza non racconta quindi per la prima volta la Palestina. E sarebbe persino sbagliato pensare che serva a questo. La Palestina ha già raccontato sé stessa, attraverso giornalisti e giornaliste, attiviste, dottori e dottoresse, scrittori e scrittrice, fotografi e milioni di persone che hanno testimoniato la propria esperienza.
Il problema è che noi, troppo spesso, non abbiamo ascoltato.
Per questo Naza è importante: perché parla a un pubblico che forse avrebbe dovuto ascoltare prima. E perché lo fa attraverso una prospettiva che quel pubblico è abituato a riconoscere.
La domanda che rimane dopo il film, allora, non è soltanto cosa stia accadendo a Gaza. È una domanda ancora più scomoda: perché, per prendere sul serio la voce di chi subisce, abbiamo ancora bisogno che sia qualcun altro a tradurla nella lingua di chi ascolta?












