Dieci anni dopo gli Accordi che avrebbero dovuto cambiare il corso della crisi climatica, la COP30 rivela ambizioni smarrite, proteste ignorate e un’Europa sempre meno guida nella transizione verde.

Siamo la generazione che ha creduto profondamente negli Accordi di Parigi del 2015, i primi globali e giuridicamente vincolanti. Quegli accordi promettevano di mantenere il riscaldamento globale ben sotto i 2 gradi, idealmente entro 1,5; chiedevano a ogni Paese di presentare piani climatici sempre più ambiziosi; puntavano alla neutralità carbonica nella seconda metà del secolo e prevedevano finanziamenti ai Paesi più vulnerabili. Erano una visione semplice e radicale: tutti gli Stati, insieme, per salvare il clima. Ma quegli impegni non sono bastati perché non erano accompagnati da obblighi davvero stringenti, lasciando ai singoli governi la libertà – spesso usata – di rimandare, frenare, diluire.
È proprio guardando alla recente COP30 che emerge con chiarezza quanto quell’ispirazione iniziale sia stata tradita. Il vertice di Belém avrebbe dovuto rappresentare un nuovo scatto, un rilancio concreto dieci anni dopo Parigi. Invece ha mostrato il contrario: molte dichiarazioni, alcuni finanziamenti e qualche promessa sulle foreste tropicali, ma nessuna roadmap vincolante per l’uscita dai combustibili fossili né per fermare davvero la deforestazione.
Le popolazioni indigene, presenti come mai prima, hanno protestato con forza, denunciando il fatto che le loro terre continuano a essere minacciate dall’estrazione mineraria, dall’agribusiness, dagli stessi interessi che gli accordi internazionali avrebbero dovuto arginare. La loro irruzione nella zona dei negoziati è stata più che un gesto simbolico: è stata la prova che, senza giustizia climatica e diritti dei popoli nativi, nessun impegno globale può definirsi credibile.
A tutto questo si affianca la crisi di ambizione dell’Europa, il cui Green Deal sta perdendo consistenza. Obiettivi rimodulati, compromessi al ribasso, un continuo svuotamento che dà l’impressione che la priorità non sia più il clima ma la gestione di pressioni politiche e industriali.
Così l’Europa, che si era proposta come motore della transizione, rischia ora di apparire esitante proprio quando il mondo avrebbe bisogno di leadership e coerenza.
Il bilancio della COP30, quindi, è amaro. Nonostante alcune iniziative positive, il senso generale è quello di un’occasione mancata. Se Parigi chiedeva coraggio e responsabilità, Belém ha mostrato come quelle promesse possano essere indebolite quando prevalgono gli interessi immediati. Ma mostra anche un’altra verità: la pressione sociale cresce, le voci dei popoli indigeni e delle giovani generazioni diventano più forti, e ricordano a tutte e tutti che non c’è più tempo per rimandare.
L’eredità di Parigi non è morta: è stata tradita, e proprio per questo va difesa con ancora più determinazione.









