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Ottavia Lavino-

Giacomo Zito: “Bisogna continuare a seminare, anche nella disperazione”

Attore, regista, autore, docente e direttore artistico. Dalla rassegna “Fantastiche Visioni” al Festival Medievale e Rinascimentale di Anagni, fino alla Fondarc di Velletri, Giacomo Zito racconta il valore del teatro come strumento di crescita culturale e sociale, capace di creare comunità e guardare al futuro.

Da quasi vent’anni il suo nome è legato ad alcune delle più importanti iniziative culturali del territorio. Attore, regista, autore e docente, Giacomo Zito ha attraversato il mondo del teatro in tutte le sue dimensioni, collaborando con grandi maestri della scena italiana e costruendo, negli anni, un percorso che oggi lo vede protagonista nella direzione artistica di realtà consolidate come “Fantastiche Visioni” ad Ariccia, il Festival Medievale e Rinascimentale di Anagni e la Fondarc di Velletri. In questa intervista ripercorre le tappe della sua esperienza professionale, riflette sul rapporto tra cultura e comunità e racconta una visione del teatro che va oltre lo spettacolo: un lavoro paziente, di ascolto, formazione e costruzione del futuro.

Nel suo percorso ha lavorato con maestri come Luca Ronconi, Andrea Camilleri, Mario Missiroli e Giancarlo Cobelli. Qual è l’insegnamento più importante che porta ancora oggi nel suo lavoro di direttore artistico?

Ognuno dei grandi maestri che ho avuto la fortuna di conoscere mi ha lasciato qualcosa di diverso e di fondamentale: da Ronconi ho appreso la modalità analitica di approccio alla lettura dei testi e la loro trasformazione in scrittura scenica, da Camilleri l’umanità, l’ironia, e il gusto per il paradosso; da Missiroli l’attenzione agli attori, e l’audacia creativa da Cobelli. Se dovessi sintetizzare tutto in un unico insegnamento, direi che il teatro vive nell’equilibrio tra disciplina e libertà creativa, insieme alla spinta a parlare alle persone: un principio che ancora oggi guida le mie scelte come direttore artistico.

 Ha vissuto il teatro da attore, regista, autore e organizzatore. Quale di queste esperienze le consente oggi di leggere meglio le esigenze del pubblico e degli artisti?

Credo che sia proprio l’insieme di queste esperienze a permettermi oggi di avere uno sguardo più completo. Fare l’attore – lavoro faticosissimo se affrontato professionalmente, equiparabile alla preparazione atletica – mi ha permesso di vivere qualsiasi palcoscenico come una casa di cui conosci ogni angolo e tutto ciò che contiene; la regia mi ha costretto ad esercitare soprattutto la capacità di ascolto e di empatia nei confronti degli attori, dei tecnici e di tutti i collaboratori, maturando una visione d’insieme del processo creativo; la scrittura mi ha fatto scoprire quanto è importante sacrificare anche i contenuti a cui ci si affeziona di più in funzione dell’economia generale del testo. La capacità organizzativa, che ritengo di possedere un poco per natura, e già riconosciutami anche in tempi lontani rispetto agli attuali incarichi, (sicuramente la competenza più utilizzata per recepire le esigenze del pubblico, per orientarne il gusto e meglio individuare le più opportune offerte degli artisti), non potrebbe essere strutturata seriamente senza la presenza delle altre competenze maturate.

 Dal 2008 guida “Fantastiche Visioni” ad Ariccia. Come è cambiato il pubblico del teatro all’aperto rispetto alle prime edizioni?

In questi anni ho visto il pubblico crescere e trasformarsi insieme alla manifestazione. Nelle prime edizioni la manifestazione si teneva presso il belvedere di Piazza Mazzini (da cui il nome della rassegna, vista la visione fantastica che si può godere da quella terrazza!) ed era a ingresso gratuito, con la finalità di valorizzare il centro storico appena rinnovato; da un lato ciò garantiva una grande affluenza, alimentata dalla presenza di grandi nomi dello spettacolo, ma dall’altro una buona parte di pubblico “ci cascava dentro” in quanto attirato estemporaneamente dalla presenza dello spettacolo, mentre magari era lì solo per caso, di passaggio. Da quando la legge Gabrielli ha – giustamente – imposto criteri stringenti relativi alla sicurezza, il Comune di Ariccia ci ha suggerito la straordinaria possibilità di usufruire del Parco di Palazzo Chigi; e la presenza di un biglietto di ingresso – dal costo decisamente popolare – ci ha permesso di riconoscere effettivamente quanta e quale era l’utenza interessata a partecipare agli spettacoli in cartellone. Ora “Fantastiche Visioni” è effettivamente un appuntamento atteso da centinaia di persone che riconoscono l’occasione di assistere a spettacoli di livello nazionale e internazionale a un prezzo che permette, anche a chi non ha la possibilità di andare a Roma e acquistare biglietti più costosi, di ritagliarsi con soddisfazione il proprio ruolo di spettatore teatrale, potendo avvicinarsi, a volte per la prima volta, allo spettacolo dal vivo. Oggi esiste una comunità di spettatori affezionati che segue la rassegna con continuità e ne riconosce il valore culturale. Allo stesso tempo, il pubblico è diventato più eterogeneo: accanto agli appassionati di teatro troviamo famiglie, e tantissimi giovani. “Fantastiche Visioni” ha una grande forza inclusiva perché senza rinunciare alla qualità artistica, riesce a offrire un’esperienza emotiva, in un luogo di bellezza e suggestione straordinarie, ma in un contesto informale e accogliente.

Il Festival Medievale e Rinascimentale di Anagni è ormai una realtà consolidata. Quale ritiene sia stato il contributo più importante che questa manifestazione ha dato alla città e al territorio?

Realizzare il programma di un Festival Teatrale Medievale e Rinascimentale, che impone, per l’identità connaturata alla sua eredità storica, delle scelte particolarmente mirate, è sempre stata una sfida. Una sfida a cui ritengo di avere sempre risposto con la determinazione di chi conosce i meccanismi e le regole del teatro, e le potenzialità di un’offerta ben confezionata e di sincera aspirazione artistica, rispetto a un prodotto “di cassetta”. In questi anni la manifestazione ha contribuito a far conoscere una città dalla struttura architettonica e dall’identità storica sorprendenti, ad alimentare un turismo culturale che giunge anche dall’estero, e soprattutto a creare un dialogo tra patrimonio artistico, cultura e comunità, coinvolgendo associazioni, istituzioni, operatori economici e artisti operanti sul territorio.

 Lei ha portato nei suoi festival e nelle sue stagioni artisti di grandissimo prestigio. Cosa cerca in un artista prima ancora che nel suo curriculum?

Il fatto che, fin dai primi anni della mia attività professionale, abbia avuto la fortuna di condividere esperienze formative e teatrali con attori e attrici che rappresentavano e rappresentano l’eccellenza del palcoscenico e del cinema italiano – molti dei quali sono cari amici – mi ha aiutato a sviluppare una sorta di “sesto senso” nel riconoscere il talento di un’attrice, di un attore, e in generale di un performer. Naturalmente tengo conto anche delle strategie necessarie a coinvolgere il pubblico, ma prima ancora cerco artisti che abbiano un’identità riconoscibile, una sincera necessità espressiva e la disponibilità a mettersi continuamente in gioco. Delle attrici e degli attori mi attira quel gusto della sfida e della scommessa che, anche in un artista affermato, non dovrebbe mai venire meno. Il teatro ha il potere unico di trasformare un’emozione individuale in un’emozione collettiva. Per questo cerco di riconoscere negli artisti quelle anime inquiete che, anche dopo anni di carriera e di successi, non se lo dimenticano, e sentono la necessità di salire sul palco con la stessa energia, lo stesso piacere del rischio e la stessa urgenza di esprimersi che li hanno premiati nei loro fortunati esordi.

Come direttore della Fondarc di Velletri, quale ritiene debba essere oggi il ruolo di una fondazione culturale all’interno di una comunità?

Ritengo che una fondazione culturale possa e debba essere un ponte tra il patrimonio di una comunità e il suo futuro. Deve valorizzare ciò che esiste, ma anche stimolare nuove idee, sostenere la creatività e offrire opportunità di crescita soprattutto ai giovani. In un’epoca in cui le persone rischiano di sentirsi sempre più isolate, la cultura ha il compito di creare spazi di incontro e confronto. Una fondazione, quindi, non dovrebbe limitarsi a promuovere attività culturali, ma contribuire a rafforzare il tessuto sociale e il senso di comunità. Nei quattro anni di svolgimento dell’incarico, a latere della stagione teatrale, iniziative come il Palio Teatrale Studentesco (che ha avuto un riscontro straordinario, ben al di là delle più rosee aspettative), come le Estati Teatrali al Chiostro della Casa delle Culture e della Musica, o come i concorsi di recitazione presso l’Auditorium si sono dimostrati interventi concreti, ed efficaci, in questa direzione. Perché il futuro di una fondazione è nell’attestazione della sua ineludibile ragione di esistere da parte di tutte le forze, economiche, politiche e sociali che si impegnano a sostenerla, per permetterle di strutturarsi come merita, e come è necessario che sia, in una prospettiva di produzione di eventi culturali e artistici di cui questo nostro tempo ha straordinariamente bisogno.

Da anni si dedica anche alla formazione degli attori. Le nuove generazioni che si avvicinano al teatro sono diverse da quelle che ha incontrato all’inizio della sua carriera?

Questa domanda meriterebbe una risposta molto articolata e consistente, che spero di avere l’occasione di condividere in una prossima intervista focalizzata specificamente sulle discipline performative e sulla ricerca teatrale. In oltre venti anni di insegnamento – pratica che ha alimentato una sincera vocazione –  ho visto nelle diverse generazioni di giovani una trasformazione importante, dovuta a cambiamenti sociali e culturali determinati da un’evoluzione esponenziale della tecnologia digitale. Le nuove generazioni non sono diverse, sono diversissime. A tal punto che, per certi ambiti, non è affatto facile un’osmosi conoscitiva o esperienziale. Eppure, nonostante un evidente gap, ragazze e ragazzi sentono spesso il bisogno di ritrovare autenticità e relazioni vere, anche se si avvicinano al mondo dello spettacolo in modo superficiale, e senza la minima conoscenza dei “fondamentali”. Il teatro continua a offrire loro qualcosa di raro: il tempo dell’ascolto, della presenza e dell’incontro umano. È per questo che ritengo che l’esperienza didattica restituisca all’esistenza di un teatrante un senso ben più profondo di quanto possa fare l’attività professionale.

 Se dovesse scegliere una parola per descrivere il momento che sta vivendo oggi, tra Anagni, Ariccia e Velletri, quale sarebbe e perché?

Una sola parola?! Ci provo. E scelgo la parola “seminare”. Un verbo, e quindi un’azione. Tutti i progetti che ho realizzato, o che sono in fase di progettazione, sono il frutto di relazioni, idee e percorsi che, lo spero con tutto il cuore, produrranno i loro effetti negli anni a venire. La cultura ha bisogno di pazienza, visione e continuità: il raccolto viene da sé, se ci si impegna a seminare. E non basta farlo una volta sola: devi continuare, meticolosamente, con energia e cura, a volte anche nella disperazione, a seminare. È una lezione che il teatro, e ancor più la vita, mi hanno insegnato molto bene

Biografia

Attore, regista, autore, docente e direttore artistico, Giacomo Zito è una delle figure di riferimento della vita culturale del Lazio. Dopo aver lavorato accanto a importanti protagonisti del teatro italiano, ha sviluppato un percorso che lo ha portato a ideare e dirigere rassegne e festival capaci di coniugare qualità artistica e valorizzazione del territorio. Oggi il suo nome è legato a realtà consolidate come “Fantastiche Visioni” di Ariccia, il Festival Medievale e Rinascimentale di Anagni e la Fondarc di Velletri.