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Claudia Moretta-

Milano Cortina, le donne trascinano l’Italia. Ma ai vertici comandano ancora gli uomini

Successi, record e immagini simbolo al femminile: Milano Cortina racconta un’Italia che vince, ma non sempre include.

Foto da @https://www.pexels.com

Le Olimpiadi di Milano Cortina saranno ricordate come i Giochi delle donne italiane.

Non solo per le medaglie — tante, decisive, spesso le più pesanti — ma per la sensazione, netta, che il cuore della squadra azzurra battesse soprattutto al femminile. Le immagini simbolo hanno quasi tutte lo stesso volto: quello delle atlete. Volti rigati dalle lacrime, attraversati da urla liberatorie, illuminati dalla consapevolezza di aver scritto la storia davanti al proprio pubblico.
In pista, sul ghiaccio, sulla neve, sono state loro a trascinare l’Italia.

Tra queste, Federica Brignone ha incarnato più di tutte il senso profondo di questa Olimpiade. Non una sorpresa, ma una conferma arrivata dopo il momento più difficile della sua vita sportiva e personale: un infortunio grave, di quelli che non mettono in dubbio solo il ritorno alle gare, ma la possibilità stessa di tornare a stare bene. Il suo ritorno sul podio, ai Giochi di casa, ha avuto il peso specifico delle imprese che vanno oltre lo sport.

Ma Brignone è stata solo una delle protagoniste.

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Il medagliere azzurro si è riempito grazie a una generazione di donne mature, forti, consapevoli. Atlete che non hanno più l’aria di chi chiede spazio, ma di chi lo prende perché è proprio. Non è stata un’eccezione. È stato un sistema di risultati. Una costellazione di vittorie.

Eppure, proprio mentre le donne portavano l’Italia sul podio, emergeva con forza una contraddizione che lo sport italiano si porta dietro da decenni. Perché se si esce dagli impianti olimpici e si entra nelle stanze dove si decide, il panorama cambia radicalmente.

Il sistema sportivo italiano, a partire dal CONI, resta ancora oggi quasi interamente governato da uomini. Le presidenti di federazione sono pochissime. Le donne allenatrici rappresentano una minoranza. Le dirigenti sono rare. I vertici sono occupati, nella stragrande maggioranza dei casi, da figure maschili, spesso in carica da molti anni.

Foto da @https://www.pexels.com

È un paradosso evidente: le donne sono il motore dei risultati ma non sono il motore del potere.

Le istituzioni celebrano giustamente le medaglie, le esibiscono come simbolo di eccellenza nazionale, come prova della qualità del movimento sportivo italiano. Ma queste vittorie rischiano di diventare anche una narrazione rassicurante, una vetrina dietro cui le disuguaglianze strutturali restano intatte.

Perché vincere non significa automaticamente essere rappresentate.
Non significa avere voce.

Non significa avere le stesse opportunità.

Molte delle atlete che hanno vinto a Milano Cortina lo hanno fatto non grazie a un sistema perfetto, ma nonostante i suoi limiti. Hanno costruito le loro carriere con determinazione individuale, spesso dovendo affrontare ostacoli che i colleghi uomini non incontrano: meno sostegni, meno tutele, meno spazio decisionale.

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Milano Cortina, allora, lascia un’eredità potente ma anche scomoda.
Ha mostrato un’Italia fortissima, competitiva, vincente.
Ma ha mostrato anche un’Italia sportiva che non ha ancora risolto il proprio squilibrio più profondo.

Le donne hanno dimostrato di essere pronte, come sempre manca l’altra metà, gli uomini, quelli che il potere lo detengono da sempre.
La domanda, adesso, lo saranno mai?
Perché il futuro, a Milano Cortina, si è visto chiaramente.
Ed era femminile.