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Ottavia Lavino-

Quella notte con mia nonna e i fiori

C’è una notte, ogni anno, che sa ancora di magia.
Una notte che non ha bisogno di fuochi d’artificio o grandi feste. Le basta il profumo delle erbe, il silenzio dell’attesa, e una ciotola d’acqua lasciata all’aperto.

La notte di San Giovanni, il 23 giugno, è un piccolo rito che affonda le radici nella terra e nella memoria. Per me è sempre stata una notte speciale. Non solo per la tradizione, ma per ciò che rappresenta: un ponte tra passato e presente, tra la natura e l’anima, tra le mani di mia nonna e il mio cuore.

Mia nonna abitava nel centro storico di Gallipoli, in una casa colma di fiori, a due passi dalla spiaggia della Puritate. Le finestre bianche spalancate sul mare, le tende che danzavano con il vento salmastro, il profumo del basilico sul davanzale. Era lì che ogni anno preparava l’acqua di San Giovanni.

Raccoglieva lavanda, menta, petali di rosa, finocchietto selvatico e l’immancabile iperico — l’“erba scacciadiavoli”, diceva, con un sorriso appena accennato. Riempiva una bacinella d’acqua, ci metteva dentro i fiori, e la lasciava fuori tutta la notte. “La rugiada la benedice” mi diceva, “e al mattino l’acqua pulisce il cuore”.

Io la guardavo, bambina, senza capire davvero. Ma quel gesto mi è rimasto addosso.

Oggi, anche se lei non c’è più e Gallipoli mi accoglie solo d’estate, ogni anno, nella notte di San Giovanni, rifaccio quel rito.
Raccolgo i miei fiori. Li immergo nell’acqua. E aspetto.
Aspetto il silenzio, la rugiada, e quella dolce forma di speranza che solo i gesti antichi sanno custodire.

Perché in un mondo che corre e dimentica, ripetere un rito come questo significa ricordare chi siamo.
Significa dire grazie alla terra, all’acqua, al tempo e alle donne che ci hanno insegnato a rispettarli.

Al mattino, quando mi lavo il viso con quell’acqua profumata, sento la voce di mia nonna tra le onde della Puritate, e mi sembra di sentire ancora le sue parole:

“Vai, e fiorisci ancora.”