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Ottavia Lavino-

 Sempre fiori, mai un fioraio: Pino Strabioli e il teatro come atto di responsabilità

L’omaggio a Paolo Poli, il ricordo di Gabriella Ferri e una leggerezza che non rinuncia al pensiero.

Domenica primo febbraio sono andata al Teatro de’ Servi, a Roma, a vedere uno spettacolo ideato da Pino Strabioli e dedicato a Gabriella Ferri, interpretata dalla voce intensa di Siria. Uno spettacolo bellissimo, rispettoso, capace di raccontare non solo l’artista, ma anche la complessità e la fragilità di una donna fuori da ogni schema.
Alla fine della serata, Pino Strabioli era lì: disponibile, gentile, immediato. Alla mia richiesta di un’intervista ha risposto senza esitazioni, lasciandomi il suo numero di telefono con una semplicità che dice molto del suo modo di essere. Un gesto piccolo, ma raro, che racconta un’idea di cultura fondata sull’ascolto e sull’umiltà.

Il primo febbraio ho avuto il piacere di assistere allo spettacolo da lei ideato su Gabriella Ferri, interpretato da Siria. Come si racconta una figura così amata senza mitizzarla né tradirla?

Per me raccontare Gabriella Ferri è stato molto bello, doloroso, ma in fondo anche semplice, perché con lei ho condiviso un’amicizia.Come racconto anche nello spettacolo, suo marito mi aveva affidato una valigia piena di fogli sparsi: pensieri, pagine di diario, poesie, lettere. Ho sentito allora il desiderio di raccontarla attraverso le sue stesse parole. Poi ho incontrato Siria, che è stata perfetta nel rendere omaggio all’anima di Gabriella, con grande rispetto e intensità.

Dal 19 al 22 febbraio sarà in scena al Teatro de’ Servi con Sempre fiori, mai un fioraio, omaggio a Paolo Poli. Che cosa le ha lasciato Poli, umanamente prima ancora che artisticamente?

Paolo è stato un altro grande incontro, fondamentale. Gabriella l’ho incontrata prima di Paolo, ero un ragazzo, giovanissimo, Paolo invece un pochino più tardi, ma ero sempre molto giovane. Umanamente mi ha insegnato l’importanza dell’accoglienza e del non giudizio, ad essere sempre aperti verso l’altro e quanto sia fondamentale non dimenticare e saper non tanto leggere l’arte, la letteratura, la storia, ma l’importanza di assorbire le emozioni per poi restituirle al pubblico. Dico sempre che Paolo è stato un atto politico, ma di quelli liberi, essenziali, di quelli che non dovevano dimostrare nulla ma che hanno lasciato un patrimonio veramente incredibile di pensiero.

Il libro da cui nasce lo spettacolo è costruito attraverso una lunga serie di pranzi condivisi.
Quanto conta, per lei, il tempo dell’ascolto nel racconto di una vita?

L’ascolto per me è fondamentale: tutto il mio lavoro nasce da lì.
All’inizio, quando ero molto giovane, facevo interviste per il quotidiano L’Unità. Era uno stratagemma per incontrare gli attori che amavo. Anche il primo incontro con Paolo Poli è nato così, così come quello con Gabriella Ferri. Paolo lo intervistai al Teatro Valle — lo racconto anche nello spettacolo — e da lì sono diventato un suo grande ammiratore, quasi uno stalker: andavo a vedere i suoi spettacoli due, tre volte. Lui era incuriosito da questo ragazzetto così spudorato che andava a fare interviste agli attori. Da quella curiosità è nata una collaborazione professionale: mi chiamò per I viaggi di Gulliver, e quell’esperienza è arrivata poi anche in televisione, con otto puntate sui Vizi capitali. A un certo punto sono riuscito a convincerlo a raccontarmi la sua vita. Paolo è sempre stato refrattario alla biografia e all’autocelebrazione: in tanti glielo avevano proposto, ma aveva sempre rifiutato. Probabilmente si è fidato. Così, durante una serie di pranzi, portavo con me un registratore e parlavamo di infanzia, di amore, di madre, di famiglia, di sesso, di teatro, di arte. Da quei dialoghi è nato il libro edito da Rizzoli. A dieci anni dalla sua scomparsa lo celebriamo con questo spettacolo, che ho portato in scena a Roma alla Sala Umberto, al Globe Theatre, a Tor Bella Monaca, e che continuo a portare in giro nei teatri d’Italia. Sono molto felice di essere ora al Teatro de’ Servi per queste quattro giornate.  Mi accorgo che chi ricorda Paolo viene, si diverte, si commuove. I giovani che lo scoprono restano colpiti da questa figura libera, che attraversa il tempo ed è ancora modernissima: un gigante dell’irriverenza e della profondità. Un essere unico.

Paolo Poli incarnava un pensiero libero, ironico, irriverente. Oggi quanto è difficile difendere la libertà dell’intelligenza?

Oggi è un po’ più difficile difendere la libertà dell’intelligenza. Bisogna trovare una grammatica, un linguaggio capace di trasmetterla, di veicolarla davvero. Il politicamente corretto e una certa omologazione rischiano di ostacolare, talvolta di soffocare, le diversità. Io penso però che, se si è onesti e autentici con se stessi, alla fine ce la si possa fare. Credo molto nella dignità e nella coerenza. Trovo orribili le censure, i bavagli. Trovo orribile la volgarità. Paolo, invece, poteva dire tutto senza essere mai volgare.  Oggi ci accorgiamo di quanto spesso vengano superati i confini del rispetto dell’altro, con una scorrettezza che, personalmente, mi agghiaccia.

In questo spettacolo affiorano infanzia, amori, guerra, letteratura. C’è un aspetto di Poli che sente ancora poco compreso?

No, perché Paolo era una persona assolutamente risolta con se stesso: con il suo essere attore, con il suo essere uomo e, soprattutto, con il suo essere libero. Anche la sessualità, che viene raccontata nello spettacolo e che raccontavamo già nel libro, è restituita nel modo più naturale possibile. Oggi qualcuno sembra voler dimostrare che l’amore debba essere per forza catalogato. Paolo, invece, ci mostra che si può amare in modo dignitoso, rispettando ogni forma e ogni orientamento, senza bisogno di etichette.

Lei ha condiviso con lui palcoscenico e televisione. Che cosa ha imparato stando accanto a Paolo Poli nel lavoro quotidiano?

Ho imparato la disciplina. Paolo è stato l’ultimo vero capo comico del teatro italiano all’antica, alla maniera di Gigi Proietti, di Dario Fo. Da lui ho imparato il rigore, l’importanza dello studio, della tecnica, ma anche la possibilità di lasciare aperti spazi di improvvisazione e di libertà. Quando si ha coscienza di sé, dello spazio che ti ospita — il palcoscenico — e del pubblico, allora, grazie alla disciplina e al rigore, la tecnica può permettersi degli “svolazzi”, delle aperture improvvise.
Sul palco con Paolo Poli ci si sentiva, ancora una volta, liberi.

Nei suoi lavori emerge sempre una grande attenzione alla fragilità, mai esibita.
Il teatro può restituire dignità senza trasformare il dolore in spettacolo?

Sì, assolutamente. Il teatro sì, perché sei tu a interpretare quel dolore: lo attraversi, lo filtri, non ne fai la cronaca. Spesso la televisione è invasa dalla cronaca del dolore e, quando manca un punto di distacco, tutto si riduce a racconto puro, a giudizio. La partecipazione emotiva diventa morbosa, e questo, secondo me, non funziona. In teatro, invece, mi ritrovo molto di più. Respiri con il pubblico, stai con loro. C’è una partecipazione che senti e che puoi gestire: sai fin dove puoi arrivare, fin dove puoi spingerti.

Viviamo tempi veloci e rumorosi. La leggerezza può essere oggi una forma di resistenza culturale?

Dipende da cosa intendiamo per leggerezza. Se per leggerezza si intende la barzelletta, direi proprio di no. Oggi anche la leggerezza va pesata: deve avere un suo peso specifico. Non si può dire in modo semplicistico “abbiamo bisogno di leggerezza” per poi proporre cose che distolgono dal pensiero o che lo anestetizzano. Io credo invece in una leggerezza che faccia pensare e riflettere, con un atteggiamento non morboso, non aggressivo, non violento.

Sempre fiori, mai un fioraio sarà in scena a Roma il prossimo fine settimana: sono previste altre date in altre città?

In questo periodo sono in tournée con Sempre fiori, mai un fioraio e con un altro spettacolo che si intitola Ve ne dico quattro. In quest’ultimo riparto da Paolo Poli per raccontare anche Franca Valeri, Valentina Cortese e Dario Fo, in occasione del centenario della sua nascita.
Mi divido quindi tra l’omaggio a Paolo Poli e questo nuovo progetto.
A maggio tornerò poi in Serbia con Carta straccia, uno spettacolo comico, una commedia, che riprendo insieme a Sabrina Knaflitz e Mauro De Busco.

Dopo tanti anni tra teatro, libri e televisione, che cosa riesce ancora a emozionarla davvero quando sale sul palco?

Ho provato una grande emozione quando ho portato Paolo a Roma. Ci pensavo proprio stamattina. Così come mi emozionerò quando lo porteremo a Firenze, a marzo, che è stata davvero la sua città. Mi sono emozionato anche a Bari, due settimane fa. Ci si emoziona sempre, perché c’è una responsabilità. Ed è un’altra cosa che Paolo mi ha insegnato: questo è un mestiere apparentemente leggero, ma di grande responsabilità.
Veicoliamo emozioni, messaggi, e questo comporta una responsabilità, un po’ come quella degli insegnanti che si trovano davanti dei ragazzi da formare. Certo, noi non formiamo il pubblico, ma possiamo contribuire a smuovere qualcosa.

L’ascolto, la leggerezza che non rinuncia al pensiero, la responsabilità di ciò che si porta in scena: dall’incontro con Pino Strabioli emerge un’idea di teatro e di cultura come gesto profondamente umano. Un mestiere che non cerca il rumore, ma il senso. In tempi che sembrano aver smarrito il valore della misura e della coerenza, il suo lavoro continua a ricordarci che la gentilezza, quando è autentica, può essere una forma silenziosa ma potentissima di resistenza.

Biografia

Attore, regista, autore e raffinato divulgatore culturale, Pino Strabioli è una delle voci più gentili e riconoscibili del panorama teatrale e televisivo italiano. Da anni racconta il Novecento artistico attraverso il teatro, i libri e la televisione, dando spazio alla memoria, alla poesia e al pensiero libero, sempre con misura ed eleganza. Ha lavorato accanto a grandi protagonisti della scena italiana, tra cui Paolo Poli, con il quale ha condiviso palcoscenico e progetti televisivi, e continua a portare in scena spettacoli che restituiscono dignità, profondità e leggerezza a figure fondamentali della nostra cultura.