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Ottavia Lavino-

La gentilezza non passa mai di moda

Viviamo di corsa, giudichiamo in fretta e sui social le parole diventano spesso armi. E se riscoprire la gentilezza fosse una piccola rivoluzione?

Ci sono parole che sembrano appartenere a un’altra epoca. “Permesso”, “grazie”, “scusa”. Le abbiamo imparate da bambini, spesso ancora prima di sapere davvero cosa significassero. Ce le ripetevano i nostri genitori, i nonni, gli insegnanti. Erano piccole regole di buona educazione, gesti quasi automatici che ci insegnavano un principio molto semplice: davanti a noi c’è sempre un’altra persona.

Oggi, invece, ho spesso la sensazione che quelle parole si sentano sempre meno.

Viviamo di corsa. Abbiamo fretta di arrivare, di rispondere, di dire la nostra. Siamo diventati bravissimi a comunicare e forse un po’ meno capaci di ascoltare. Basta una macchina che tarda a partire al semaforo, qualcuno che ci passa davanti in fila o una risposta che non ci piace per far emergere un’aggressività che sembra essere diventata parte della nostra quotidianità.

Poi ci sono i social. Ed è forse lì che questa trasformazione diventa ancora più evidente.

A volte basta leggere i commenti sotto una notizia, una fotografia o un semplice pensiero condiviso per domandarsi che cosa ci stia succedendo. Insulti, parolacce, giudizi feroci sull’aspetto fisico, sull’età, sulle scelte personali. Persone che non si conoscono e che si sentono autorizzate a ferirsi con una facilità impressionante.

E allora mi capita di chiedermi: ma davvero diremmo le stesse cose se quella persona fosse davanti a noi?

Forse lo schermo ci ha regalato l’illusione che dall’altra parte non ci sia nessuno. Scriviamo, premiamo “invio” e andiamo avanti. Ma quelle parole arrivano da qualche parte. Arrivano a una persona in carne e ossa, con la sua storia, le sue fragilità, magari con una giornata difficile alle spalle della quale non sappiamo nulla.

Non significa che sui social dobbiamo essere tutti d’accordo. Sarebbe impossibile e, probabilmente, anche molto noioso. Il confronto è importante. Possiamo dissentire, criticare, discutere e difendere con forza ciò in cui crediamo. Ma tra il confronto e l’insulto esiste un confine che non dovremmo dimenticare.

La libertà di esprimere un’opinione non dovrebbe mai diventare la libertà di umiliare qualcuno.

E allora mi domando: quando abbiamo cominciato a considerare la gentilezza una debolezza?

Essere gentili non significa essere ingenui. Non significa permettere agli altri di oltrepassare i nostri confini, né rinunciare alle proprie idee. Si può dire di no con educazione. Si può dissentire senza offendere. Si può essere determinati senza diventare aggressivi.

La gentilezza, in fondo, richiede molta più forza di quanto immaginiamo. Perché significa scegliere le parole anche quando sarebbe più facile urlare. Significa fermarsi un istante prima di rispondere. Significa ricordarsi che dall’altra parte c’è qualcuno.

E naturalmente c’è l’educazione.

Spesso sentiamo dire che i ragazzi di oggi sono meno educati, meno rispettosi, meno attenti agli altri. Può darsi che qualcosa sia cambiato. Ma sarebbe troppo semplice attribuire ogni responsabilità alle nuove generazioni.

L’educazione comincia in famiglia, certamente. Sono i primi “grazie”, i primi “per favore”, i primi “chiedi scusa” a costruire il modo in cui un bambino imparerà a stare con gli altri. Ma poi l’educazione continua ovunque: a scuola, nello sport, nei luoghi di lavoro, per strada e, oggi più che mai, anche nel mondo digitale.

E soprattutto continua attraverso l’esempio.

Possiamo ripetere cento volte a un bambino che deve rispettare gli altri, ma se poi ci vede insultare qualcuno nel traffico o ci sente ridicolizzare una persona davanti allo schermo di un telefono, probabilmente ricorderà molto più ciò che ha visto di ciò che gli abbiamo detto.

Forse è proprio questo il punto.

La gentilezza non si insegna soltanto. Si pratica.

E non riguarda soltanto i bambini. Riguarda tutti noi.

Riguarda il modo in cui rispondiamo a chi lavora dietro uno sportello. Il tono che usiamo con una persona anziana che impiega qualche secondo in più. La pazienza che abbiamo con chi sbaglia. La capacità di chiedere scusa quando siamo noi ad aver sbagliato. E riguarda anche ciò che scriviamo quando siamo soli davanti a uno schermo e pensiamo che una tastiera ci renda invisibili.

Prima di pubblicare un commento potremmo farci una domanda molto semplice: direi queste stesse parole se avessi quella persona davanti agli occhi?

Forse basterebbe già questo.

Perché le parole hanno un peso anche quando non vengono pronunciate a voce. Possono accarezzare, incoraggiare, far sorridere. Ma possono anche ferire. E uno schermo non rende quella ferita meno reale.

Forse la gentilezza non è davvero passata di moda. Forse siamo semplicemente diventati così abituati al rumore, alla velocità e all’aggressività da non accorgerci più di quanto sia rivoluzionario incontrare qualcuno che ci guarda negli occhi, sorride e dice semplicemente “grazie”.

Io continuo a pensare che ne valga la pena.

Perché una società non diventa migliore grazie alle grandi dichiarazioni, ma attraverso i piccoli gesti che ciascuno di noi compie ogni giorno. Un “grazie”, un “permesso”, un “mi dispiace” non cambieranno il mondo da soli. E forse nemmeno un commento gentile cambierà i social.

Ma possono cambiare il modo in cui scegliamo di stare con gli altri.

E, in fondo, non è forse questa la rivoluzione più bella?

Viviamo di corsa, giudichiamo in fretta e sui social le parole diventano spesso armi. E se riscoprire la gentilezza fosse una piccola rivoluzione?

Ci sono parole che sembrano appartenere a un’altra epoca. “Permesso”, “grazie”, “scusa”. Le abbiamo imparate da bambini, spesso ancora prima di sapere davvero cosa significassero. Ce le ripetevano i nostri genitori, i nonni, gli insegnanti. Erano piccole regole di buona educazione, gesti quasi automatici che ci insegnavano un principio molto semplice: davanti a noi c’è sempre un’altra persona.

Oggi, invece, ho spesso la sensazione che quelle parole si sentano sempre meno.

Viviamo di corsa. Abbiamo fretta di arrivare, di rispondere, di dire la nostra. Siamo diventati bravissimi a comunicare e forse un po’ meno capaci di ascoltare. Basta una macchina che tarda a partire al semaforo, qualcuno che ci passa davanti in fila o una risposta che non ci piace per far emergere un’aggressività che sembra essere diventata parte della nostra quotidianità.

Poi ci sono i social. Ed è forse lì che questa trasformazione diventa ancora più evidente.

A volte basta leggere i commenti sotto una notizia, una fotografia o un semplice pensiero condiviso per domandarsi che cosa ci stia succedendo. Insulti, parolacce, giudizi feroci sull’aspetto fisico, sull’età, sulle scelte personali. Persone che non si conoscono e che si sentono autorizzate a ferirsi con una facilità impressionante.

E allora mi capita di chiedermi: ma davvero diremmo le stesse cose se quella persona fosse davanti a noi?

Forse lo schermo ci ha regalato l’illusione che dall’altra parte non ci sia nessuno. Scriviamo, premiamo “invio” e andiamo avanti. Ma quelle parole arrivano da qualche parte. Arrivano a una persona in carne e ossa, con la sua storia, le sue fragilità, magari con una giornata difficile alle spalle della quale non sappiamo nulla.

Non significa che sui social dobbiamo essere tutti d’accordo. Sarebbe impossibile e, probabilmente, anche molto noioso. Il confronto è importante. Possiamo dissentire, criticare, discutere e difendere con forza ciò in cui crediamo. Ma tra il confronto e l’insulto esiste un confine che non dovremmo dimenticare.

La libertà di esprimere un’opinione non dovrebbe mai diventare la libertà di umiliare qualcuno.

E allora mi domando: quando abbiamo cominciato a considerare la gentilezza una debolezza?

Essere gentili non significa essere ingenui. Non significa permettere agli altri di oltrepassare i nostri confini, né rinunciare alle proprie idee. Si può dire di no con educazione. Si può dissentire senza offendere. Si può essere determinati senza diventare aggressivi.

La gentilezza, in fondo, richiede molta più forza di quanto immaginiamo. Perché significa scegliere le parole anche quando sarebbe più facile urlare. Significa fermarsi un istante prima di rispondere. Significa ricordarsi che dall’altra parte c’è qualcuno.

E naturalmente c’è l’educazione.

Spesso sentiamo dire che i ragazzi di oggi sono meno educati, meno rispettosi, meno attenti agli altri. Può darsi che qualcosa sia cambiato. Ma sarebbe troppo semplice attribuire ogni responsabilità alle nuove generazioni.

L’educazione comincia in famiglia, certamente. Sono i primi “grazie”, i primi “per favore”, i primi “chiedi scusa” a costruire il modo in cui un bambino imparerà a stare con gli altri. Ma poi l’educazione continua ovunque: a scuola, nello sport, nei luoghi di lavoro, per strada e, oggi più che mai, anche nel mondo digitale.

E soprattutto continua attraverso l’esempio.

Possiamo ripetere cento volte a un bambino che deve rispettare gli altri, ma se poi ci vede insultare qualcuno nel traffico o ci sente ridicolizzare una persona davanti allo schermo di un telefono, probabilmente ricorderà molto più ciò che ha visto di ciò che gli abbiamo detto.

Forse è proprio questo il punto.

La gentilezza non si insegna soltanto. Si pratica.

E non riguarda soltanto i bambini. Riguarda tutti noi.

Riguarda il modo in cui rispondiamo a chi lavora dietro uno sportello. Il tono che usiamo con una persona anziana che impiega qualche secondo in più. La pazienza che abbiamo con chi sbaglia. La capacità di chiedere scusa quando siamo noi ad aver sbagliato. E riguarda anche ciò che scriviamo quando siamo soli davanti a uno schermo e pensiamo che una tastiera ci renda invisibili.

Prima di pubblicare un commento potremmo farci una domanda molto semplice: direi queste stesse parole se avessi quella persona davanti agli occhi?

Forse basterebbe già questo.

Perché le parole hanno un peso anche quando non vengono pronunciate a voce. Possono accarezzare, incoraggiare, far sorridere. Ma possono anche ferire. E uno schermo non rende quella ferita meno reale.

Forse la gentilezza non è davvero passata di moda. Forse siamo semplicemente diventati così abituati al rumore, alla velocità e all’aggressività da non accorgerci più di quanto sia rivoluzionario incontrare qualcuno che ci guarda negli occhi, sorride e dice semplicemente “grazie”.

Io continuo a pensare che ne valga la pena.

Perché una società non diventa migliore grazie alle grandi dichiarazioni, ma attraverso i piccoli gesti che ciascuno di noi compie ogni giorno. Un “grazie”, un “permesso”, un “mi dispiace” non cambieranno il mondo da soli. E forse nemmeno un commento gentile cambierà i social.

Ma possono cambiare il modo in cui scegliamo di stare con gli altri.

E, in fondo, non è forse questa la rivoluzione più bella?