Il sorteggio, il ruolo del Parlamento e il rischio per l’imparzialità: perché una riforma che sembra lontana incide direttamente sui nostri diritti.

Nel dibattito pubblico sulla riforma della giustizia si parla molto di separazione delle carriere e poco di ciò che davvero cambia gli equilibri del sistema: la composizione e la nomina del Consiglio Superiore della Magistratura. È una scelta che incide direttamente sull’indipendenza della giurisdizione, ma che viene raccontata come un tecnicismo riservato agli addetti ai lavori. Non lo è. E proprio per questo meriterebbe un’informazione molto più chiara e diffusa, soprattutto in vista del referendum costituzionale chiamato a pronunciarsi su questi cambiamenti.
Oggi il CSM è composto in larga parte da magistrati eletti dai loro pari e, in parte minoritaria, da membri laici eletti dal Parlamento. È un sistema che nasce per garantire l’autogoverno della magistratura, cioè la sua autonomia da pressioni politiche esterne. Questo modello ha mostrato limiti evidenti — basti pensare al peso delle correnti — ma il principio di fondo è rimasto saldo: le decisioni su carriere, nomine e disciplina devono essere sottratte al controllo diretto del potere politico.
La riforma propone invece un cambiamento significativo nelle modalità di selezione. I magistrati non verrebbero più eletti direttamente, ma sorteggiati da un elenco di candidati previamente selezionati. L’obiettivo dichiarato è ridurre il potere delle correnti. Tuttavia, il meccanismo solleva una questione cruciale: chi decide quali nomi entrano nell’elenco? E secondo quali criteri? Il rischio è che il filtro iniziale, anziché neutralizzare le logiche di appartenenza, le renda meno visibili ma più incisive.
Anche il ruolo dei membri laici — scelti dal Parlamento — assume un peso diverso in questo nuovo equilibrio. In un CSM composto da membri sorteggiati e potenzialmente meno rappresentativi, la componente di nomina parlamentare rischia di diventare centrale, rafforzando l’influenza indiretta della politica sull’organo di autogoverno. È qui che emerge la principale contraddizione della riforma: nel tentativo di correggere le distorsioni interne, si finisce per esporre il CSM a condizionamenti esterni.

In questo contesto, la separazione delle carriere appare quasi un tema secondario. Di fatto, la distinzione tra funzioni requirenti e giudicanti esiste già ed è rigidamente regolata: il passaggio è possibile una sola volta e con limiti stringenti. Non è su questo terreno che si gioca l’imparzialità del sistema. La vera partita è su chi decide e con quali garanzie.
Ed è qui che entra in gioco il referendum costituzionale. Spesso percepito come lontano o incomprensibile, è invece uno strumento diretto di partecipazione democratica. La riforma della giustizia non riguarda solo magistrati e avvocati: riguarda i tempi dei processi, l’equilibrio tra i poteri dello Stato, la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Riguarda, in definitiva, il modo in cui ciascuno può vedere tutelati i propri diritti.
Il problema è che tutto questo viene spiegato pochissimo. La complessità del tema diventa un alibi per non affrontarlo nel dibattito pubblico, lasciando spazio a slogan semplificati o a narrazioni parziali. Eppure, proprio perché la materia è delicata, richiede uno sforzo di chiarezza e responsabilità.

Informare adeguatamente sul referendum non significa orientare il voto, ma permettere alle persone di capire cosa è davvero in gioco. La giustizia può sembrare distante, ma entra nella vita quotidiana molto più spesso di quanto si pensi. E le regole che ne garantiscono l’imparzialità non sono un dettaglio tecnico: sono un presidio democratico che riguarda tutte e tutti.









