Contatti
Claudia Moretta-

Hanno cancellato il consenso. E non è solo una parola

La modifica alla legge sulla violenza sessuale elimina il riferimento esplicito al consenso e riporta al centro il sospetto verso chi subisce. Un passo indietro culturale e politico che colpisce tutte le soggettività e rafforza una visione ancora patriarcale dei nostri corpi.

Senza consenso, non c’è libertà. E cancellarlo è una scelta politica.

Ci hanno tolto una parola. Consenso. Una parola semplice, chiarissima, eppure evidentemente troppo potente.

Non era un dettaglio tecnico, non era una questione di stile giuridico. Era il riconoscimento che i nostri corpi appartengono a noi. Che senza un nostro sì libero, esplicito, reale, non esiste sesso, esiste violenza. Era il tentativo, finalmente, di spostare il centro dello sguardo: non più su di noi — donne, persone trans, persone non binarie, tutte le soggettività che subiscono violenza — ma su chi quella violenza la agisce.

Foto da @https://www.pexels.com

Per una volta, quel cambiamento era stato costruito insieme. Governo e opposizione avevano trovato un accordo su un principio minimo di civiltà. Non perché fosse una concessione, ma perché era necessario. Perché per troppo tempo siamo state costrette a difenderci due volte: la prima dalla violenza, la seconda dal sospetto.

Il consenso serviva a interrompere questo meccanismo. Serviva a dire che non dobbiamo dimostrare di aver lottato abbastanza, di aver detto no abbastanza forte, di non essere state abbastanza confuse, abbastanza paralizzate, abbastanza impaurite. Serviva a dire che il punto non è quanto abbiamo resistito, ma che non abbiamo scelto.

Foto da @https://www.pexels.com

Ora quella parola è stata cancellata. Al suo posto restano formule più vaghe, che parlano di volontà, di contesto, di situazioni da interpretare. E noi sappiamo cosa significa. Significa che torneremo a essere messe sotto esame. Che qualcuno valuterà se eravamo credibili, se eravamo coerenti, se eravamo abbastanza vittime.

È questo che fa il patriarcato. Non solo produce violenza, ma produce dubbi. Dubbi sistematici su di noi, sulle nostre parole, sui nostri confini.

Il consenso, invece, era chiaro. Diceva che il nostro silenzio non è un sì. Che la nostra immobilità non è un sì. Che la nostra paura non è un sì. Diceva che serve la nostra volontà, non la sua interpretazione.

Cancellarlo è un gesto politico preciso. Significa rimettere al centro una cultura che continua a considerare la nostra autodeterminazione come qualcosa di secondario, negoziabile, sacrificabile. Significa difendere un ordine in cui il nostro corpo non è ancora pienamente nostro.

Ed è anche un tradimento. Perché quello che era stato presentato come un passo avanti condiviso, come un momento raro di riconoscimento, è stato svuotato proprio nel suo elemento più importante.

Ci viene detto che non cambia molto. Ma cambia tutto.

Perché il consenso non è una parola qualsiasi. È ciò che stabilisce che esistiamo come soggettività libere.

E il fatto che sia stato così facile eliminarlo ci ricorda una verità che conosciamo bene: ogni conquista, per noi, è sempre considerata temporanea.