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Claudia Moretta-

Il corpo delle donne non è terreno di battaglia

“My Voice, My Choice” e la lotta europea per l’accesso reale all’aborto sicuro e legale.

Nel pieno di una fase storica in cui, in molte parti del mondo, si assiste a un tentativo esplicito di smontare le conquiste delle lotte femministe, l’iniziativa My Voice, My Choice rimette al centro la donna, il suo corpo e il diritto all’autodeterminazione. Si tratta di una mobilitazione europea nata per difendere e rendere effettivo l’accesso all’aborto sicuro e legale, riconoscendolo come parte integrante dei diritti umani e della salute pubblica, non come una concessione revocabile o un tema morale da strumentalizzare politicamente.

L’iniziativa ha preso forma come Iniziativa dei Cittadini Europei e ha raccolto oltre un milione di firme, dimostrando quanto il tema sia sentito in tutta l’Unione Europea. My Voice, My Choice chiede all’UE di intervenire affinché nessuna donna sia costretta a rinunciare a un diritto fondamentale a causa del Paese in cui vive, delle proprie condizioni economiche o delle barriere legali e pratiche che ancora oggi rendono l’aborto di fatto inaccessibile in molte aree d’Europa.

I dati parlano chiaro: milioni di donne nell’Unione Europea non hanno un accesso reale all’interruzione volontaria di gravidanza. In alcuni Paesi l’aborto è fortemente limitato o quasi totalmente vietato, costringendo chi ne ha bisogno a viaggiare all’estero, a ricorrere a soluzioni clandestine o a portare avanti gravidanze forzate. In altri contesti, l’aborto è formalmente legale ma reso impraticabile da ostacoli amministrativi, sanitari o ideologici. Questa disuguaglianza crea un’Europa a due velocità anche sui diritti fondamentali, colpendo in modo particolare le donne più giovani, più povere o socialmente vulnerabili.

l caso italiano è emblematico di questa contraddizione. In Italia l’aborto è legale dal 1978, ma l’esercizio concreto di questo diritto è spesso ostacolato dall’altissimo numero di personale obiettore di coscienza. In molte regioni oltre il 60 per cento dei ginecologi e delle ginecologhe si dichiara obiettrice, con punte ancora più alte in alcune strutture ospedaliere, dove diventa di fatto impossibile accedere all’interruzione volontaria di gravidanza nei tempi previsti dalla legge. Questo significa liste d’attesa, spostamenti forzati, pressione psicologica e, in alcuni casi, la negazione stessa del diritto. Un diritto che sulla carta esiste, ma che nella pratica non è garantito in modo uniforme.

My Voice, My Choice nasce anche per denunciare questa ipocrisia: i diritti riproduttivi non possono dipendere dalla fortuna geografica o dalla disponibilità di singole professionalità. In un’epoca in cui movimenti conservatori e reazionari attaccano apertamente l’autonomia delle donne, riaffermare il diritto all’aborto significa difendere la libertà, la salute e la dignità di tutte.

Questa iniziativa rappresenta una risposta collettiva e transnazionale a una regressione che non è casuale, ma politica. Rimettere al centro la voce delle donne significa ricordare che le conquiste femministe non sono definitive e che vanno difese ogni giorno. La scelta sul proprio corpo non è negoziabile. È un diritto, e come tale deve essere garantito ovunque.