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Social e minori: la Francia alza il muro a 15 anni. E l’Italia? Tra timori e proposte, il dibattito si infiamma

foto @pexels.com

L’eco di un’emergenza sociale risuona forte in Europa, quella legata all’impatto dei social network sulla psiche e sullo sviluppo dei più giovani. Minori sempre più esposti a messaggi distorcenti, a dinamiche che sfociano in ansia, fobie e disturbi comportamentali. Ormai la questione non è più un allarme isolato, ma una consapevolezza diffusa che spinge i governi a interrogarsi sulla necessità di urgenti interventi legislativi, robusti. Mentre la Francia si muove con decisione, l’Italia naviga ancora tra proposte e dibattito, osservando le mosse dei vicini europei.

La “stretta” di Parigi può essere un modello per l’Europa?

In un clima di crescente preoccupazione, la Francia ha deciso di fare da apripista. A gennaio 2026 l’Assemblea Nazionale ha dato il primo via libera a un disegno di legge ambizioso: vietare l’accesso ai social network ai minori di 15 anni. Una misura fortemente voluta dal Presidente Macron, che mira a salvaguardare la salute mentale dei ragazzi. Se il Senato darà il suo benestare ecco che la norma potrebbe entrare in vigore già dal prossimo anno scolastico, a settembre 2026. Ma non si tratterà solo di un divieto d’età: la proposta francese inftti prevede un pacchetto completo, con regole stringenti su pubblicità, la gestione degli influencer e, soprattutto, sanzioni pesantissime per le piattaforme che non si adeguano, fino al 6% del fatturato globale, con la possibilità di oscuramento del servizio.

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L’Italia tra norme esistenti e nuove proposte

Nel nostro Paese il panorama è più articolato e meno incisivo, almeno per il momento. La legge attuale fissa a 14 anni l’età minima per l’iscrizione autonoma ai social. Tra i 13 e i 14 anni, è richiesto il consenso dei genitori, mentre al di sotto dei 13 l’accesso è teoricamente precluso dalla maggior parte delle piattaforme stesse.

Il dibattito politico è tuttavia nelle ultime settimane è divenuto davvero molto vivace. Diverse forze politiche hanno depositato proposte di legge bipartisan, alcune delle quali mirano a innalzare il divieto all’uso dei social senza consenso, fino ai 15 anni, o persino a imporre un blocco totale sotto i 14, sulla falsariga delle esperienze francesi e australiane. Il nodo centrale della discussione italiana ruota attorno ai sistemi di verifica dell’età (age verification). Si ipotizza a tal riguardo l’utilizzo di strumenti digitali di identità, come lo SPID o la Carta d’Identità Elettronica, per impedire ai più giovani di aggirare le restrizioni. Un sistema che, dal 12 novembre 2025, è già obbligatorio per l’accesso a contenuti per adulti, dimostrandone la fattibilità tecnica.

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Il GDPR come base, ma con margini di manovra

Nonostante l’assenza di un divieto nazionale esplicito per gli under 15, l’Italia non parte da zero. Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) europeo stabilisce un’età minima standard di 16 anni per l’iscrizione autonoma ai servizi online. Tuttavia, offre agli Stati membri la facoltà di abbassare questa soglia fino ai 13 anni. L’Italia ha scelto i 14 anni richiedendo però il consenso genitoriale per i più giovani.

Mentre la Francia accelera, scommettendo su un approccio normativo forte e sanzionatorio, l’Italia sembra ancora in una fase di studio e confronto. La sensazione diffusa è che, pur riconoscendo l’urgenza della questione, il nostro Paese stia attendendo di capire le ricadute pratiche e legali delle scelte altrui, prima di definire una propria e definitiva rotta in questa delicata battaglia per la tutela dei minori nell’era digitale. La posta in gioco è alta, quando entra in gioco il benessere di intere generazioni.