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Ottavia Lavino-

Tra mistero e sentimenti Gabriele Santoni racconta “Il Procuratore”

Abbiamo incontrato Gabriele Santoni in occasione dell’uscita del suo ultimo romanzo, “Il procuratore”. Con lui abbiamo parlato dell’ispirazione che ha dato vita al libro, della costruzione dei personaggi e dei temi che ne costituiscono il filo conduttore, senza svelare troppo di una storia che saprà sorprendere il lettore.

“Il Procuratore” nasce come thriller, ma al centro della storia c’è soprattutto il dolore di un padre. Da dove è nata l’idea di raccontare una ricerca così lunga e ostinata?

Il romanzo nasce da una domanda più che da una trama: cosa resta a un uomo quando perde ciò che da senso alla sua vita? L’elemento thriller è arrivato quasi naturalmente, perché una scomparsa e una ricerca portano con sé mistero e tensione. Ma quello che mi interessava davvero era raccontare l’ostinazione di un padre che si rifiuta di accettare una verità definitiva, e che fa di tutto per recuperare e cercare una via di salvezza. Lucas Fontana continua a cercare perché smettere significherebbe arrendersi, e arrendersi vorrebbe dire ammettere che tutto è finito. In fondo, Il procuratore parla proprio di questo: del dolore, della speranza e della necessità molto umana di continuare a credere che qualcosa, o qualcuno, ci stia ancora aspettando.

Lucas Fontana continua a cercare suo figlio dopo dieci anni, contro ogni evidenza. Secondo lei, quando la speranza diventa una forza e quando rischia di trasformarsi in un’ossessione?

Credo che la speranza diventi una forza quando ci aiuta a continuare a vivere, e un’ossessione quando ci impedisce di farlo. Il confine, però, è molto più sfumato di quanto siamo portati a pensare. Chi può dire a un padre che è arrivato il momento di smettere di cercare? Chi stabilisce quando bisogna arrendersi? In Lucas mi interessava proprio questa ambiguità. La sua ricerca è allo stesso tempo una condanna e una forma di resistenza. Forse è vero che, a un certo punto, non cerca più soltanto suo figlio: cerca una possibilità di pace, un senso da dare alla propria esistenza. E forse tutti noi, in forme diverse, continuiamo a inseguire qualcosa che sappiamo essere irraggiungibile. È questo che ci rende ostinati, ma anche profondamente umani.

Nel romanzo troviamo due figure segnate dalla paternità: Lucas, che ha perso un figlio, e Leonardo, che vive una paternità mancata. Perché ha scelto di far dialogare queste due ferite?

Perché mi interessava raccontare due forme diverse della stessa assenza. Lucas è un uomo a cui la paternità è stata strappata, Leonardo è un uomo che quella paternità non ha mai potuto viverla. Uno è costretto a fare i conti con un vuoto lasciato da un figlio che ha conosciuto, l’altro con quello di un figlio che esiste solo nell’immaginazione e nei rimpianti. Mi sembrava interessante mettere in dialogo queste due ferite perché, pur nascendo da esperienze opposte, finiscono per sfiorarsi. Entrambi i personaggi sono chiamati a confrontarsi con una perdita e con la domanda che ogni perdita porta con sé: cosa resta di noi quando viene meno ciò che avevamo immaginato, desiderato o amato? In questo senso, Lucas e Leonardo si specchiano l’uno nell’altro. Ed è proprio attraverso la storia di Lucas che Leonardo è costretto a guardare dentro la propria.

 Il calcio professionistico appare come un mondo fatto di interessi, silenzi e zone d’ombra. Quanto c’è di denuncia sociale e quanto invece di esigenza narrativa nella sua rappresentazione di questo ambiente?

Non volevo scrivere un libro di denuncia, né fare processi a un intero ambiente. Il calcio professionistico, però, è un universo che conosco e che trovo narrativamente affascinante proprio perché è fatto di ambizioni, rapporti di forza, segreti, intuizioni e interessi economici enormi. È un mondo dove convivono sogni e cinismo, talento e opportunismo, e questa ambivalenza mi sembrava perfetta per un thriller. Naturalmente esistono anche zone d’ombra e dinamiche poco raccontate, ma il mio obiettivo non era accusare qualcuno. Mi interessava usare quel contesto per parlare di esseri umani, delle loro fragilità e delle scelte che sono costretti a fare. In fondo, il calcio nel romanzo è quasi una metafora: un luogo in cui tutti inseguono qualcosa e in cui, spesso, la partita più difficile si gioca lontano dal campo.

 Senza svelare il finale, qual è la domanda che spera rimanga nel lettore una volta chiusa l’ultima pagina del libro?

Spero che rimanga una domanda sul significato della perdita. Non tanto cosa sia accaduto ai personaggi, ma cosa accade a noi quando la vita ci sottrae qualcosa che consideravamo essenziale. Possiamo davvero lasciar andare ciò che abbiamo amato? Oppure continuiamo a cercarlo, in forme diverse, per tutta la vita? Se il lettore chiude il libro portandosi dietro questo interrogativo, allora la storia ha fatto il suo dovere.

Sinossi

Lucas Fontana è un procuratore di calcio che da dieci anni vive con un dolore che non si è mai spento: la misteriosa scomparsa del figlio Diego durante una vacanza in Marocco. Quando, nel corso di una trasferta a Barcellona, è convinto di riconoscerlo in un giovane calciatore, decide di inseguire una verità che tutti sembrano voler nascondere. Tra Milano e Barcellona, in un intreccio di suspense, emozioni e colpi di scena, Il procuratore accompagna il lettore in un viaggio dove il mondo del calcio diventa lo scenario di una profonda storia umana fatta di speranza, ricerca e legami familiari.

Biografia

Nato a Velletri, Gabriele Santoni è uno scrittore appassionato di noir e thriller. Assistente di volo per una importante compagnia aerea, ha esordito nel 2012 con Aut aut e nel 2013 ha vinto il contest letterario YOU CRIME, promosso da Rizzoli e Corriere della Sera. Con Il procuratore torna in libreria con un thriller intenso ambientato nel mondo del calcio professionistico.