Un evento che ridefinisce lo sport e apre Le Paralimpiadi mostrando grandi competizioni, ma resta una distanza reale tra atleti e atlete con disabilità e chi non ne ha.

Le Paralimpiadi Invernali Milano Cortina 2026 hanno confermato, ancora una volta, il valore dello sport come momento di confronto e competizione. Sulle piste e nei palazzetti, atleti e atlete hanno gareggiato con lo stesso livello di preparazione, attenzione e determinazione che si vede in qualsiasi grande evento internazionale. Tuttavia, questa edizione non è stata diversa dalle altre per un aspetto fondamentale: la separazione tra chi ha una disabilità e chi non ce l’ha è rimasta evidente.
Si tratta di una divisione strutturale, che non riguarda solo il calendario o l’organizzazione degli eventi, ma anche il modo in cui lo sport viene raccontato e seguito. Da una parte ci sono le Olimpiadi, dall’altra le Paralimpiadi. Due momenti distinti, due narrazioni separate, due livelli di attenzione che raramente coincidono. Questo contribuisce a mantenere una distanza che, nel tempo, è diventata quasi naturale agli occhi del pubblico.

Eppure, osservando le gare, questa distanza appare meno giustificata. Atleti e atlete con disabilità si allenano, competono e vivono lo sport con la stessa normalità di chi non ha disabilità. Le differenze esistono, ma riguardano le condizioni di partenza, non il significato dell’esperienza sportiva. In pista si vedono strategie, errori, miglioramenti, tensione e soddisfazione: elementi comuni a tutte e tutti.
Il problema, quindi, non è nello sport in sé, ma nel contesto che lo circonda. La separazione rischia di trasformarsi in una distinzione di valore percepito, anche quando non lo è. E questo si riflette nell’attenzione mediatica, nel coinvolgimento del pubblico e nel modo in cui si costruisce il racconto delle competizioni.
Per questo diventa importante sottolinearlo: oggi lo sport olimpico e quello paralimpico non sono ancora un’unica esperienza condivisa. Atleti e atlete con disabilità continuano a essere inseriti in un percorso parallelo, distinto da quello di chi non ha disabilità. È una realtà di fatto, che le Paralimpiadi di Milano Cortina non hanno cambiato, ma semmai reso ancora più visibile.

Immaginare un futuro diverso significa partire da qui, senza retorica. Non si tratta di negare le differenze, ma di evitare che diventino barriere culturali. Un domani potrebbe esistere un modo nuovo di vivere lo sport, in cui tutte e tutti partecipano allo stesso racconto, con lo stesso interesse e la stessa attenzione. Anche il coinvolgimento del pubblico — dal tifo fino alla partecipazione più attiva — potrebbe diventare più inclusivo, senza distinzioni rigide.
Milano Cortina lascia quindi una doppia eredità: da un lato la qualità delle competizioni, dall’altro la consapevolezza che la strada verso uno sport davvero condiviso è ancora aperta. E forse il primo passo è proprio riconoscere che, oggi, quella divisione esiste ancora.













